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Responsabilizzazione reale e finanziaria per un sistema federalista solidale

11/04/2010 - Condivido in pieno quanto dichiarato alla stampa recentemente sia dalla Presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini che dal Sindaco di Terni Leopoldo Di Girolamo – in qualità di Presidente del Consiglio delle autonomie locali dell’Umbria – in materia di federalismo fiscale e buon governo locale.
Ci apprestiamo ad affrontare un periodo estremamente complesso durante il quale Regione ed Enti Locali (ed i loro bilanci) saranno costretti a scelte di razionalizzazione e risparmio senza precedenti, qualche volta impopolari, che per fronteggiare tutti gli aspetti della contingenza immediata dovranno essere solidalmente ed intelligentemente condivisi dall’insieme del sistema politico, amministrativo ed economico regionale. Solo così, in un clima di soffocamento per le nostre amministrazioni, strette tra Patto di stabilità, tagli ai trasferimenti statali e morsa della crisi internazionale, potremo riuscire a tutelare le fasce  più deboli della società e, al tempo stesso, contribuire con azioni mirate al rilancio dell’economia umbra.
L’Umbria si presenta all’avvento della stagione del federalismo fiscale con un modello di governo del territorio sperimentato e di qualità, ampiamente premiato dagli elettori alle ultime elezioni regionali, e con i conti in ordine.  Dobbiamo riuscire a difendere la nostra impostazione – e laddove possibile migliorarla – contro quella, prevalente nel centrodestra che spinge per un arretramento (quando non disimpegno) dello Stato e delle istituzioni pubbliche dalla scuola, dai servizi sociali, dall’Università, dalla creazione di qualità della vita nei territori e nelle città e da un sistema di servizi in cui nessuno possa essere escluso dall’accesso.
La visione federalista più ortodossa propone ad esempio nella sanità un’autosufficienza che non basterebbe a soddisfare le esigenze di una Regione piccola come la nostra, ma che per frazionamento, orografia e deficienze infrastrutturali necessita di servizi di prossimità facilmente individuabili  dalle persone e di alto livello. Mi fanno allora sorridere, in un’ottica di “competitività” dei sistemi regionali, le parole della Presidente Marcegaglia al convegno di Confindustria di Parma che esprimendo speranza per la realizzazione del “governo del fare” (di cui ancora si stenta ad apprezzare risultati concreti) ribadiva la volontà di un’azione di responsabilizzazione di quei  presidenti di Regione nelle quali “chi non riesce a tenere i conti deve andare a casa e non essere più rieletto'' e la preoccupazione “che Lazio e Calabria siano già andati a chiedere la diluizione del deficit sanitario”. Quindi chi come l’Umbria non solo “ha tenuto botta” ma è in cima ad ogni classifica nazionale sarà supportata un meccanismo premiante?

Personalmente ritengo che responsabilizzazione reale e finanziaria debbano andare di pari passo. E’ questo il vero banco di prova delle Regioni in un sistema federalista solidale.

Il governo Berlusconi di sicuro non dà il buon esempio. Come già sottolineato dal Sindaco di Terni Di Girolamo, oltre alla crescita della spesa corrente del livello centrale rispetto a quello regionale e locale di circa 3 punti percentuali nel 2009, mentre gli enti locali possono so­stituire solo il 20% dei dipendenti che vanno in quiescenza, la Presidenza del consiglio è arriva­ta ad avere circa 4.500 unità in servizio, ovvero oltre 10400 in più rispetto a quelli previsti dal1a pianta organica, con costi che sono passati da 202 milioni di euro del 2005 ai 256 milioni di euro del 2008. Ed ancora non si può non notare sia come il governo in un momento così delicato dimezzi o sopprima fondi speciali (come quello sulle politiche sociali) sia come riduca drasticamente i contributi statali per investimenti che sono passati dai 3,3 miliardi di euro del 2008 a 1,5 miliardi di euro nel 2010, deter­minando insieme con le misure correttive del Patto di stabilità una riduzione della capacità di indebitamento dei Comuni per finanziare gli in­vestimenti dal 78% del 2007 al 26% del 2009. Decisioni scellerate che portano all’asfissia finanziaria dei Comuni e ad un’atrofizzazione delle economie locali dato che la spesa per in­vestimento degli enti locali rappresenta più del 60% della spesa pubblica in materia ed intervie­ne per oltre i 2/3 nei settori dell'edilizia e dei la­vori pubblici che più di altri sono in grado di mo­vimentare quella ricca rete di piccole e medie aziende che costituiscono l'ossatura del Paese.

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